Ho fatto un viaggio. Un viaggio che pensavo esistesse solo nei racconti dei nonni, tanto non riuscivo a credere davvero fino in fondo a quello che possa essere successo in quel tempo, in quegli istanti, a quelle persone. Sembrava tutto così lontano per me che sono cresciuta correndo libera tra prati e fango.

Oggi che sono grande e vedo ho capito che quella guerra lì è una cicatrice che resterà dentro di noi per il resto dell’umanità. Ed è giusto che sia così. Per non dimenticare. Per cercare di essere migliori.

Non voglio entrare nel merito della storia perchè in fin dei conti non ne sarei neanche capace. Quello che è successo dovremmo saperlo tutti a grandi linee.

Il mio viaggio inizia da Berlino, una città meravigliosa, silenziosa ed evidentemente molto segnata. Ci sono indizi e monumenti ovunque e tanta voglia di libertà. Ecco come l’ho vista io: Berlino oggi è una città libera e ne gode.

Nel 1933, sotto il regime nazista, a circa 33 km a nord della città fu costruito il campo di concentramento di Sauchsenhausen. La guerra non era ancora scoppiata e quel posto fu pensato per internare le persone diverse. Diverse dai nazisti. Perchè il loro unico e folle scopo era quello di eliminare i diversi per mantenere pura la razza. E i diversi erano i prigionieri politici, i criminali, i gypsies (rom), gli asociali, i prigionieri di guerra sovietici, gli omosessuali, gli ebrei. Ognuno di loro aveva un distintivo, un triangolo di colore diverso sulla tuta a righe ad indicarne il gruppo. Uomini, donne, bambini.

Venivano catturati, internati e costretti ai lavori forzati. E a vivere di stenti e umiliazioni. I ribelli fucilati all’istante.

I campi di concentramento e di sterminio diventarono in men che non si dica l’industria della morte. Con cinismo ed estrema lucidità. Tutto organizzato nei minimi dettagli. Senza umanità. All’inizio venivano torturati e fucilati ma con il passare degli anni si cercò una soluzione “più consona” per non dover pulire e vedere sangue: il gas e la cremazione.

E questo è quello che io ho visto:

 

Il campo di concentramento di Sachsenhausen. In queste baracche vivevano migliaia di persone in condizioni disumane. Senza cibo

I fili spinati erano disposti lungo tutto il campo per evitare le evasioni

Una cella della prigione in cui venivano rinchiusi i deportati

La legna usata per riscaldare i forni

I forni

Il mio viaggio è proseguito verso Praga. Qui esiste una città nella città, si chiama Josefov ed è stato un ghetto ebraico. Si chiama così per via dell’imperatore Giuseppe II, che nel 1781 abolì le misure discriminatorie nei confronti degli ebrei. E’ un piccolo quartiere  dove sorgono le sinagoghe che fondamentalmente servivano sia per le funzioni religiose sia come centro della vita pubblica della comunità ebraica locale. Nel ghetto c’è il vecchio cimitero ebraico di Praga che raccoglie migliaia e migliaia di pietre ammassate tra di loro

Il ghetto ebraico

Il vecchio cimitero ebraico

Vicino al cimitero c’è un museo molto suggestivo: stanze vuote sulle cui pareti sono scritti i nomi delle vittime dell’olocausto e di fianco una stanza dove poter vedere la vita nel campo tramite i disegni dei bambini.

 

Infine arrivo a Cracovia, in Polonia. Auschwitz – Birkenau si trova a circa 68 km.

Nel 1939 quando la guerra scoppia anche i campi di concentramento subiscono la loro evoluzione. “Se prima della guerra i campi di concentramento erano stati fine a se stessi, ora che eravamo in guerra, secondo la volontà di Himmler, erano diventati un mezzo per raggiungere un fine. Dovevano, infatti, servire in primo luogo alle necessità stesse della guerra, agli armamenti. Per quanto era possibile, ogni prigioniero doveva diventare un operaio della produzione bellica…”  Parole scritte dal Rudolf Hoss, primo comandante del campo di concentramento ad Auschwitz, nella sua autobiografia. E anche le esecuzioni subirono la loro evoluzione: diventarono di massa. Fino ad uccidere anche 4000 ebrei in una sola notte.

Baracche dove vivevano i deportati. Migliaia di persone a dividersi qualche bagno. Dormivano su dei letti a castello. Su ognuno erano ammassate anche 5 persone

Dentro un vagone così centinaia di prigionieri venivano deportati nei campi

Le ceneri delle vittime

Scarpe ritrovate dei deportati. Non ci fu pietà neanche per i bambini

Le condizioni estreme di di donne e bambini liberati dal campo di concentramento

Ancora dalle parole di Hoss riguardo la denutrizione dei prigionieri: ” I casi di cannibalismo non furono rari a Birkenau. Io stesso trovai un russo che giaceva in mezzo a mucchi di mattoni, il corpo massacrato da qualche oggetto contundente: gli avevano strappato il fegato. Si ammazzavano a vicenda pur di afferrare qualcosa da mangiare”

Gli occhi degli uomini appena catturati

Il muro delle esecuzioni. Silenzio

Il forno crematorio di Auschwitz

Tra il 1940 e il 1945 i nazisti deportarono nel campo di concentramento di Auschwitz almeno 1.300.000 persone. Di questi ne furono uccisi almeno 1.100.000 di cui il 90% ebrei.

A Birkenau, campo di sterminio a 3 km da Auschwitz, c’è il memoriale alle vittime di ogni nazionalità ed etnia. E c’è un laghetto molto piccolo…

Lì gettavano le ceneri delle vittime.

Su quella pietra c’è scritto:

Alla memoria di uomini, donne e bambini vittime del genocidio nazista. Qui riposano le loro ceneri. Possano le loro anime riposare in pace.

E così sia.

 

______________________________________________________________

Helga Weissova era una bambina quando fu deportata. Nelle lettere il padre le chiedeva non di raccontare ma di disegnare ciò che vedeva. E i suoi disegni raccontano molto bene la quotidianità di un campo di concentramento. E’ sopravvissuta e vive ancora a Praga nella casa dove è nata. Dopo la guerra ha studiato arte ed è diventata pittrice.

 

Consiglio di leggere il libro “Comandante ad Auschwitz”, autobiografia di Rudolf Hoss, non tanto per comprendere quanto può essere vigliacca e pericolosa la mente di un criminale debole al potere ma anche solo per leggere la prefazione essenziale e lucida di Primo Levi, deportato e prigioniero del campo di concentramento.

Antonella

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *