Quando ti perdi, a volte, sei costretto ad andare avanti senza sapere dove, seguendo la direzione che porta all’uscita. Nessuno scampo e tornare indietro é l’errore, l’eccezione che non confermerebbe la regola.

Un giorno di fine giugno scopro che esiste una ciclabile che da Parigi conduce fino a Londra. L’Avenue Verte. E un giorno di inizio luglio parto, arrivo a Parigi e compro la bicicletta. Inizia il mio viaggio. Giunta dopo un pò di giorni sul confine prendo il traghetto che mi porterà direttamente in Inghilterra e l’emozione comincia a salire, che già sembrava un miracolo essere arrivata fino a lí, figurarsi pensare al Big Ben!

Arrivo alle quattro del pomeriggio a New Haven e decido di non pedalare, cercare un posto per dormire e godermi il mare. Non prenoto mai. Non voglio sapere dove sarò la sera, voglio fermarmi quando ne ho voglia, quando sono stanca, quando vedo qualcosa di meraviglioso. E così attivo Google maps, GPS e mi dirigo verso il camping più vicino, chiuso. Vado avanti verso il b&b geolocalizzato nei pressi, pieno. Continuo sulla nazionale tra il traffico veloce come fosse un’autostrada ed ho anche un pó di paura, tanto meno che non sono ancora abituata a guidare a sinistra e potrei sbagliare da un momento all’altro. Mi indirizzano verso un paesino dove ci sarebbero dei cottage e scopro che se non chiami prima al cottage non troverai proprio nessuno. Ma nel caso “puoi dormire nel cimitero, non ti disturberanno!”. Ma certo, come no! Sono le sei del pomeriggio e nel frattempo ho pedalato già abbastanza. Chiamo un altro camping, aperto! Bellissimo, vengo.

Batteria quasi scarica ma ne ho bisogno, non conosco la strada. Imbocco una salita, la faccio veloce devo arrivare il prima possibile, non ho indicazioni senza telefono ed é tardi. Mi fido del GPS. Che mi porta su una stradina stretta e sterrata, incontro più avanti i binari e mi sento abbastanza tranquilla. Sono nel sud del Sussex, distese e vallate spettacolari, e cancelletti ogni paio di km chiusi da aprire a tuo rischio e pericolo. La strada sale e comincia a sembrare un video game, un gioco ad ostacoli, una prova dopo l’altra. Me ne rendo conto davanti al primo cancello, al di là del quale c’era qualche pecora e delle mucche che mi sono venute incontro. Apro o non apro? Non ho scelta, apro. Devo andare avanti, indietro non posso più tornare, non saprei dove andare, dove dormire, dove riprendere la strada. Apro. Calma. Tranquilla. Parlo con gli animali, dico che sono amica loro e passo in mezzo. Con il panico che ormai comincia ad impossessarsi di me. Capisco una cosa: mi sono persa, ho del tutto abbandonato l’ Avenue Verte e sono finita direttamente dall’altra parte del percorso. Esattamente sulla South Downs Way. Una via difficile per ciclisti esperti che si snoda tra le ripide colline del Sussex lontano da ogni tipo di civiltà. Non c’era nulla intorno a me, assolutamente nulla. Solo pascoli, cancelli e scelte da fare. Nessun segnale, per alcuni km neanche uno straccio di sterrato ma solo erba. Ho visto solo un paio di umani sfrecciare  dalla parte opposta alla mia, pochi ma già abbastanza per farmi sentire scema! Le loro erano bici professionali, la mia aveva il cestino della graziella con dei viveri dentro e lo zaino accartocciato in due elastici sul portapacchi, la più economica che potevo prendere, trascinata a tratti a piedi sulle salite più ripide! In effetti mi guardavano strano, quelli esperti per davvero. Davanti al cancello che mi segnalava tori in libertà non sono crollata, rassegnata a quella che sono ho aperto e sono andata avanti ma stavolta imprecando contro me stessa. Ho insultato la mia mamma per avermi dato pochi schiaffi, ho ringraziato il cielo di non aver fatto figli a mia immagine e somiglianza, pedalavo sperando fossero finiti i cancelli, ma questi non finivano e l’ultimo non si apriva. Che faccio? Vado avanti, ci sarà un’altra strada. No non c’é e quel cancello si deve aprire! O sono pronta a buttare la bici da quella parte con tutta la poca forza che mi é rimasta e poi scavalcare. Il buio era vicino. Ero pronta ma prima di farlo ho urlato, dato un calcio forte e il cancello si é aperto! Bene. Mi rimetto in sella e corro velocissimo. Sono sempre più nel panico, non vedo niente altro che panorami spettacolari. Ma ho paura lo stesso. Per la prima volta. Poi mi rendo conto che comincio a scendere, vedo una signora a passeggio col cane e mi tranquillizzo. Manca poco alla strada, se il GPS si spegne dormo qui. Non mi importa più di nulla. Sono senza sentimenti. Ma ce la faccio finalmente ad uscire dopo km e km, una ventina forse. Arrivo al campeggio che in realtà é una fattoria dove non c’è nessuno, ho fatto troppo tardi e ormai é buio. Voglio solo piangere. Poi guardo bene, c’è un foglio in un angolo e su c’è scritto: se non trovi nessuno scrivi il tuo nome, scegli il posto e dormi, domani mattina pagherai. Ho passato la notte lì, c’era qualcuno intorno a dei fuochi ma sembrava non ci fosse nessuno per quanto grande era la distesa e lontano l’orizzonte. Poca acqua da bere, due fette di pane e un paio di wurstel. Il cielo era bellissimo. Io lo guardavo e stavo bene, di quel bene che a parole non lo so spiegare.

E’ passata qualche settimana. E adesso io ricordo quel giorno con la meraviglia negli occhi, e rido di me. Perdermi é stato bello, fare delle scelte divertente, guardare le stelle meraviglioso, rispettare la regola numero uno la cosa migliore che potessi fare: mai tornare indietro, voltarsi solo per osservare la strada che hai percorso. Capire ed imparare. E poi sempre avanti!

Antonella


1 commento

Tonno Bisaccio · 31 Agosto 2019 alle 15:37

‘…when upon by couch I lay/In vacant or in pensive mood/ They flash upon that inward eye….'(Wordsworth)

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